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UFOLOGIA E/O IMALOGIA per una “critica della ragione ufologica”

“Noi siamo oggi per lo meno distanti dalla ridicola immodestia di decretare dal nostro circoscritto ambito visuale e soltanto da questo angolo, e da nessun altro, sia legittimo avere prospettive di esistenza”

F. Nietzsche – “La gaia scienza”

La denominazione Ufo (unidentified flying objects – oggetti volanti non identificati), per i fenomeni spaziali che riguardano macchie che a volte appaiono nel cielo¹ (macchie luminose in un cielo notturno e macchie scure in un cielo diurno), è ormai largamente accettata. E tuttavia è la denominazione stessa, come cercherò di dimostrare in questo scritto, che costituisce un grave limite alla conoscenza del fenomeno.

E' doveroso ricordare in proposito che questa definizione è nata in un ambito rigorosamente militare e più precisamente è nata nell'ambito dell'apparato di "difesa aerea" degli Stati Uniti. La preoccupazione fondamentale negli avvistamenti, nel campo della difesa aerea, riguarda quella di essere in presenza di una possibile minaccia.

La “difesa aerea” ha interpretato questi fenomeni come segni di tracce “non identificate”. Compito della suddetta “difesa aerea” è quello di classificare gli avvistamenti come “amici” e come “nemici”; e se questo non è possibile, di classificarli come “non identificati” (cioè né come “amici”, né come “nemici”²) ma comunque come possibili portatori di una minaccia.

Gli avvistamenti di macchie sono "imputati" ad $ \underline{\text{oggetti (materiali) in volo}} $, cioè oggetti che si sostengono nell'aria. Da qui al meterli in relazione con la possibilità che riguardino astronavi o simili, il passo è ovviamente breve $ ^{3} $. Ma questa interpretazione


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deve pur sempre restare solo una ipotesi tra altre possibili. Perciò l'indicazione contenuta a priori nel nome stesso, relativo al fatto che il fenomeno riguardi oggetti (materiali) in volo^{4}, è fuorviante perché mette una "ipoteca" su quale debba essere considerata la natura stessa delle macchie (natura che invece è oggetto di indagine) ed esclude, a monte, che possano essere prese in considerazione altre ipotesi^{5}.

In questo senso la denominazione Ufo, basata su presupposti non verificati ha ostacolato un approfondimento scientifico del problema che i fenomeni pongono $ ^{6} $.

Tale denominazione resta aperta ad ogni possibile interpretazione.

L'includere nella definizione, come sopra osservato, già una presupposta cognizione in merito al "in cosa consista il fenomeno osservato", lascia delle ovvie perplessità e diffidenze specie nel mondo scientifico in quanto condiziona a priori il lavoro di ricerca. Tra l'altro l'ipotesi circa la natura del fenomeno contenuta nella denominazione non è sottoponibile al vaglio di una ragione scientifica nel senso che non è quantitativamente e rigorosamente sperimentale.

Forse per evitare quanto sopra è bene limitarsi a una denominazione più “asettica”, nel senso che non include pre-indicazioni sulla natura del fenomeno, come è quella che consisterebbe nella denominazione: “inspiegate macchie atmosferiche” (IMA) o simili. Di qui l'importanza di sottoporre il “sapere ufologico” (che ci porta a una metafora del tipo: “le macchie sono ET””), ad una chiarificazione cercando in primo luogo di


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sfrondarlo da improprie estrapolazioni, di ridurlo esclusivamente a ciò che di fatto si riesce ad individuarvi anche attraverso una minuziosa analisi degli avvistamenti. E' bene specificare che ogni ipotesi deve restare tale finché non se ne sia potuta provare la fondatezza o la infondatezza $ ^{8} $.

Certo a monte di tutto si pone anche il problema della possibilità di un approccio scientifico tenendo presente che, secondo la concezione classica della scienza, una conoscenza fornita dei caratteri della necessità e della universalità è possibile solo avendo una nozione dell'essenza dell'oggetto e una sua intrinseca conoscenza. Ma purtroppo delle macchie celesti, almeno a quanto è dato sapere, non si conosce né la essenza né la intrinseca costituzione $ ^{9} $.

Tuttavia, come sopra accennato, quando si parla di scienza, occorre anche porsi il problema dei limiti della scienza, è un problema che del resto emerse già molti anni or sono. Infatti il filosofo I. Kant, si chiese se si può parlare di una scienza di oggetti che trascendano ogni possibile esperienza (Kant accennò in proposito all'anima, al mondo, a Dio). Ma pervenne alla conclusione che si tratta di una problematica che non si avvicina alla scienza, ma che ci fa restare nell'ambito della dialettica, dell'illusione, della parvenza.

Dunque dobbiamo anche porci la domanda: una spiegazione scientifica, potrà essere in ultima analisi del tutto esauriente? Non sappiamo se è possibile rispondere ad una così ardua domanda. E tuttavia non ci dobbiamo perdere d'animo.

Forse nell'affrontare il problema delle macchie celesti dobbiamo sperare anche in un tasso di "serendipidità" (il principe di Serendipe che cercava l'acqua nel deserto ebbe la fortuna di trovare il petrolio). Ma a parte questo c'è un "dovere etico" che ci impone di fare ogni sforzo per andare più a fondo nel problema. E' quanto tentiamo di fare in questo scritto.


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LE “INSPIEGATE MACCHIE ATMOSFERICHE” (IMA)

Il progresso della scienza dipende dall'abilità con cui lo scienziato vede ciò che non è familiare, ossia vede ciò che è familiare sotto una nuova luce e lo vede con parole nuove.

D.W. Theobald

(“Introduzione alla filosofia della scienza”, Feltrinelli, 1972)

1. La natura delle macchie

La rilevantissima quantità di avvistamenti finora effettuati nel campo dei fenomeni spaziali $ ^{10} $ci permette di affermare che questi fenomeni esistono, che non sono frutto di allucinazioni. Ed è partendo da questo presupposto che dobbiamo cercare di stabilirne le caratteristiche.

Ciò che “il soggetto osservatore” vede nel cielo sono dei segni o meglio, delle macchie.

Si tratta di immagini che possono destare stupore e timore (in quanto possono richiamare la possibilità di esistenza di potenze superiori che ci minacciano) ma anche fascinazione. Ciò che le caratterizza sono per lo più:

  1. le loro forme (che a volte appaiono come figure geometriche come il cerchio, il triangolo o il rettangolo)

  2. i loro colori (che spesso sono il rosso, l'arancione e il giallo)

  3. la loro temporaneità (il loro apparire e scomparire)

  4. la loro mobilità (la capacità di spostarsi in modo anche rapidissimo)

  5. il loro esser parte di un “quadro” più ampio. Questo quadro va inteso sia in senso materiale, fisico, cioè in sostanza nel senso di “atmosfera”, sia in senso immaterial, come “orizzonte culturale” $ ^{11} $, come sfondo, ambiente, contesto.

Dal punto di vista linguistico le macchie possono essere intese (e se ne è fatto cenno) come dei “significanti”, cioè come “campi di significato”, dei campi da cui possono emergere molteplici significati.

Le macchie sono parte di un fenomeno che è "ripetitivo" nel senso che viene a ripetersi sia pure con modalità sempre diverse tra loro. Le macchie vengono percepite come delle immagini "oscure e distinte", come delle "perturbazioni" dell'atmosfera, dell'ambiente $ ^{12} $, come delle eccedenze rispetto all'ambiente. La loro percezione è un


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atto intuitivo che non contiene in sé alcun giudizio $ ^{13} $. La psiche dell'osservatore è peraltro inevitabilmente già affetta da una qualche pre-disposizione, pre-supposizione, pre-cognizione.

In un "ottica ufologica" le macchie, come in precedenza accennato, vengono colte nel loro rappresentare degli "oggetti volanti non identificati"¹⁴.

Le macchie hanno tra loro qualcosa di simile, ma anche qualcosa di diverso. E' importante, nel tentativo di cogliere l'essenza del problema, cercare di capire se vi può essere, nelle macchie, qualcosa, tra loro in comune $ ^{15} $.

In una prospettiva linguistica dobbiamo chiederci se si può usare un nome generale per il fenomeno indipendentemente dalla sussistenza di proprietà comuni $ ^{16} $.

Le macchie, potremmo forse dire (per ora), non hanno un'identità, ma vanno in cerca di una identità.

Esse danno luogo sia a un disvelamento che a un velamento. Un disvelamento in quanto “annunciano” la loro presenza, ma anche un “velamento” in quanto nascondono il loro contenuto. In altre parole, da una parte svelano l'esistenza di qualcosa che si inserisce come una “eccedenza” nell'ambiente (nell'atmosfera, nello sfondo, nel contesto), dall'altra velano qualcosa (che non appare). Implicano comunque un aspetto visibile e un aspetto invisibile $ ^{17} $.


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Alle macchie l'osservatore può attribuire varie interpretazioni e deve tener presente che possono essere ingannevoli, dei "trompe l'oeil".

A questo riguardo fino ad oggi è prevalsa per lo più, come si è accennato ampliamente in precedenza, l'attribuzione alle macchie (ai segni $ ^{18} $) nel cielo, di una probabile “intenzionalità guerresca”. Le macchie sono state infatti interpretate in una prospettiva di “difesa-offesa”, cioè in sostanza sono state intese come già collocate in un ambiente (atmosfera, sfondo, contesto $ ^{19} $) di potenziale minaccia per l'uomo e per la società. Da ciò è disceso il vedere nelle macchie, la possibilità a cui si è fatto cenno in precedenza, di essere pensate come astronavi, dischi volanti, eventualmente anche portatrici di armamenti sconosciuti $ ^{20} $.

In effetti le macchie sono state valutate, di conseguenza, come dei “bersagli da identificare” inserendole così, implicitamente, nelle problematiche proprie della “difesa aerea”. Il ché porta al fatto che, se le macchie non-identificate (unidentified objects) possono rivelarsi come ostili, diventa necessario da esse difendersi $ ^{21} $.

Questo fatto però deve essere considerato solo alla stregua di un'ipotesi (anche se si tratta di un'ipotesi di importanza prioritaria perché riguardante la sicurezza).

Bisogna comunque sempre tener presente che l'interpretazione delle macchie è ovviamente soggettiva e che possono essere proposte varie interpretazioni. E le ipotesi non sono qualcosa di oggettivo, di verificato sperimentalmente. Occorre infatti tenere ben presente che ciò che un osservatore vede sono pur sempre solo dei segni, delle


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rappresentazioni, delle macchie, appunto, a cui possono essere attribuite svariate significazioni.

Purtoppo sul piano scientifico, oggettivo, cioè sul piano che prescinde dal soggetto che osserva, nulla di certo si è potuto dire sinora.

Non si può neppure escludere (almeno per i credenti) un'interpretazione delle macchie che richiami il soprannaturale, che cioè chiami in causa la sfera del divino, del sacro. Così come non si può escludere l'interpretazione per cui le macchie siano da ritenersi legate all'esistenza di extraterrestri, di alieni abitanti di altri mondi.

E' bene tener presente il coinvolgimento di chi analizza le macchie. Questi non è affetto solo da una inerte contemplazione, ma anche da una situazione emotiva, affettiva. Al limite chi guarda le macchie si sente anche guardato dalle macchie. Eventualmente, come si è fatto cenno in precedenza, può restare "affascinato" dalle macchie.

Il fatto che l'osservazione delle macchie implichi un'opera di svelamento (e di velamento) presenta un particolare interesse dal punto di vista filosofico, in quanto è in questione il tema della ricerca della verità. La verità infatti può essere considerata come svelamento di qualcosa di velato, come un disoccultamento. In questo senso la verità è stata concepita in filosofia anche come "non-latenza" (in greco "a-leteia"). La verità è peraltro legata allo sfondo (al contesto) nel quale si manifesta. E quindi è legata al modo in cui viene concepito lo sfondo (il contesto).

D'altra parte nell'interpretazione della macchia gioca non solo il lato "conscio" ma anche il lato "inconscio" dell'osservatore. Quest'altro aspetto richiama problematiche attinenti l'ambito della psicoanalisi e alle proiezioni all'esterno di ambiti interiori.

Il fatto che le macchie possano essere intese, come in precedenza accennato, alla stregua di significanti (dei "campi di significato") per i quali si ricercano dei significati. In tal senso questa problematica ha un interesse anche dal punto di vista della linguistica, mentre l'ipotesi della possibile natura soprannaturale di questi fenomeni chiama in campo la possibilità di pensarli in una prospettiva teologica.

Quanto precede, suggerisce che può essere opportuno guardare al problema sotto vari aspetti, “aggredirlo” secondo diverse prospettive. Certo l’affrontare il problema con queste modalità crea degli “attriti”, nei riguardi di posizioni date per scontate, crea delle “difficoltà”. Forse è “inattuale”; ma d’altra parte evita che si accettino, con troppo semplicismo o ingenuità, delle ipotesi poco credibili, non provate. Tra l’altro l’affrontare il problema in modo il più possibile interdisciplinare può servire a sfrondare il campo da delle artificiose sovrastrutture ideologiche e da interpretazioni dettate da eccessivi slanci di fantasia.

Con questa "spoliazione" forse è possibile rendere il fenomeno meglio definito facilitando così la via a spiegazioni scientifiche.

Cercheremo nelle pagine seguenti di delineare alcune linee-guida per un approccio ampiamente interdisciplinare proponendo dei confronti con esperti di vari campi del sapere, come quelli sopra accennati della filosofia, della psicoanalisi, della linguistica e della teologia.

In questo approccio non è stato incluso un confronto con l'ambito scientifico (sia per quanto riguarda la ricerca pura, che la ricerca applicata), perché mi pare, almeno per quanto mi è dato sapere, che non ci siano le basi appropriate per affrontare il problema dei fenomeni spaziali in termini scientificamente rigorosi. Insomma non sembra che si siano ancora le basi per un proficuo dialogo con l'ambito scientifico. A tale fine infatti il fenomeno dovrebbe poter essere studiato sulla base di:

un insieme di parti componenti


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Occorre in questa prospettiva disporre di ipotesi sulle leggi che spieghino l'aspetto comune (di regolarità empirica) nei fenomeni oggetto di studio e individuare la possibilità di costruire un "modello del fenomeno" tale da poterlo possibilmente riprodurre in vitro.

Occorre poter basarsi su una comprensione preliminare del fenomeno oggetto di studio, non dimenticando che questa comprensione deve estendersi anche al contesto in cui il fenomeno è inserito.

I primi passi per procedere ad una valutazione scientifica includono i seguenti: a) la definizione del problema e dei suoi limiti; b) l'identificazione degli scopi; c) la ricerca delle variabili; d) la valutazione delle variabili; e) i criteri di scelta decisionali.

A questo fine serve un preliminare lavoro di “Ricerca operativa”². E’ bene precisare in merito che il lavoro di “Ricerca operativa”, a differenza del lavoro statistico²³ (che studia le cifre astratte per dedurre delle leggi di distribuzione probabilistica) guarda alle cifre in modo $ \underline{\text{concreto}} $, cioè in quanto legate alla interpretazione dei fatti. Il “ricercatore operativo” cerca appunto di comprendere i fatti entro i quali sia possibile scoprire delle relazioni intime e anche delle opposizioni. E’ in relazione a quanto sopra che il “ricercatore operativo” può aiutare ad una formulazione corretta ed esauriente dei problemi, a farli comunque uscire dal vago.

Il particolare, il lavoro di “ricerca operativa” può preparare ad esempio il terreno al fisico che vuole descrivere il comportamento della natura, cioè trovare le leggi che legano tra loro dei fenomeni, di cui gli uni sono la causa e gli altri effetti. Costruisce a questo scopo, come si è accennato, dei “modelli” prodotti in base alle esperienze compiute $ ^{24} $.

Si potrebbe immaginare anche di poter pervenire a metodi di simulazione che consistono essenzialmente nel riprodurre con mezzi artificiali le caratteristiche del fenomeno $ ^{25} $.


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Nel tentare di affrontare un approccio interdisciplinare partiamo da un confronto con la filosofia perché la filosofia opera come un orizzonte di senso da cui altri campi di sapere possono attingere l'impulso ad avanzare nella problematica della ricerca e non arretrare, se si trovano di fronte a punti di rottura che possono sempre presentarsi. Non a caso la filosofia è etimologicamente “amore di sapere”.

2. L'approccio interdisciplinare

a) Il confronto con la filosofia

Qual è il compito della filosofia? Essa insegna, e non è poco, a non farsi ingannare.

K. Jaspers

Alcune delle domande che potremmo porre al filosofo per contribuire alla soluzione del problema dei fenomeni spaziali potrebbero essere del seguente tipo:

● che valore si può attribuire alle varie ipotesi che vengono avanzate sui fenomeni spaziali? Si può pensare di giungere ad una “spiegazione” (scientifica) del fenomeno, oppure dobbiamo “accontentarci” di giungere (solo) a una “comprensione”?

Un interpretazione scientifica del fenomeno, ammesso che si possa giungervi, potrà essere sufficiente a considerare risolto il problema? E' possibile basarsi solo sul "razionale" escludendo ogni tasso di "irrazionalità"?

• Il modo con cui è stata per lo più affrontata finora la problematica è da considerarsi corretto? In particolare: è accettabile un certo dogmatismo che sembra affiorare in qualche posizione? E' possibile dare per scontate delle verità, accettare acriticamente delle certezze?

Prima di intervenire sui quesiti posti sopra, è bene tener presente che tra i compiti del filosofo è quello di sviluppare una funzione critica e di mettere in discussione anche eventuali certezze. E ciò tenendo presente che la sua funzione critica di chiarimento non è necessariamente di natura “negativa” ma può essere anche di natura “costruttiva”.

E' comunque opportuno tener presente che il lavoro del filosofo può servire ad allargare il campo del pensabile sui fenomeni oggetto di studio, aprire nuove


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prospettive nell'esplorazione di ciò che è possibile ipotizzare. Ma tutto ciò restando pur sempre distante dall'ambito della scienza $ ^{26} $.

Possiamo forse anche dire che la filosofia si pone come una “riflessione non soddisfatta” da solide conoscenze, rispetto a quanto è noto, e chiede però di andare oltre, chiede “dell'altro”^{27}.

Per quanto concerne il nostro tema occorre chiedere qualcos'altro anche nei riguardi delle macchie.

Il contributo che può venire dalla filosofia può essere suddiviso tra vari ambiti propri della filosofia stessa, come gli ambiti estetico, epistemologico, ermeneutico, ed etico. Del contributo che può essere portato da tali ambiti, in relazione alla problematica di interesse, faremo qualche accenno qui di seguito.

A) segue il confronto con la filosofia: L'AMBITO ESTETICO

Imparare a vedere, abituare l'occhio alla pacatezza, alla pazienza, a lasciar-venire-a-sé, rimandare il giudizio, imparare a circoscrivere e abbracciare il caso particolare da tutti gli altri.

Nietzsche (Crepuscolo degli idoli)

L'ambito estetico è ouviamente interessato in modo diretto perché negli avvistamenti è in gioco la "visione" dei fenomeni e quindi una dimensione estetica. L'avvistamento si presenta infatti come una manifestazione del possibile. La percezione della macchia comunica, inoltre, anche qualcosa d'altro, rispetto a ciò che è percepibile, qualcosa di immaginato, qualcosa che può "essere", che rientra nel campo del possibile.

Il desiderio di proteggersi da eventuali minacce che si possono presentare nell'ambiente incide, come si è in precedenza rilevato, sul modo di interpretare l'orizzonte in cui si profilano le macchie. Se l'ambiente (l'atmosfera, il contesto) è inteso preventivamente come potenzialmente ostile, anche le macchie risentono di questa presupposizione. Nella visione, dunque, e lo abbiamo già notato, è già insita una pre-visione.

La dimensione estetica dell'indagine sulla macchia, implica l'esistenza di un ambiente da interpretare. La macchia non deve essere intesa solo come a un oggetto (immateriale), non ci si deve limitare a questa ipotesi $ ^{28} $. Ancora meno come la manifestazione di un oggetto materiale.


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È opportuno anche precisare che l'attenzione non deve essere posta solo sull'aspetto visibile del fenomeno stesso, ma anche sull'aspetto invisibile. Infatti qualcosa di non visibile (nel senso che non è attualmente visibile, ma potrebbe esserlo), riguarda infatti degli aspetti nascosti, suscettibili di venire disoccultati.

Su questo tipo di problematiche si è, a lungo intrattenuto, in particolare, il filosofo M. Merleau Ponty (tra l'altro nell'opera "Il visibile e l'invisibile - Bompiani, 1969).

B) segue il confronto con la filosofia: L'AMBITO EPISTEMOLOGICO

"Ogni grande scoperta si compie per metà nel cerchio illuminato della nostra coscienza e per l'altra negli oscuri recessi del nostro essere più interiore"

A. Gargani

“Infinito attuale e infinito generativo”, in a cura di P. Briar e F. Oneroso: Bi-logica e sogno, Angeli, 2002, p. 74.

Questo ambito (che riguarda la filosofia della scienza) interessa la problematica relativa al modo procedere nello studio dei fenomeni spaziali.

In merito a come possa definirsi l'epistemologia, possiamo menzionare quanto ha scritto il filosofo H. Albert ("Difesa del razionalismo critico", Armando, 1997, pag. 66): "L'epistemologò è persuaso che il nostro pensiero e agire è esposto alle possibilità d'errore, sicché colui che nutre un autentico interesse per la verità deve preoccuparsi di conoscere i punti deboli e le difficoltà dei risultati del suo pensiero e delle soluzioni dei problemi, di prendere in considerazione gli argomenti in contrario e di mettere le proprie idee a confronto con alternative, al fine di poterle comparare, modificare e rivedere".

Dal punto di vista epistemologico ogni dogmatismo, che pure traspare a volte in certi studi ufolofici, è scarsamente accettabile perché porta ad un ingiustificato semplicismo nell'affrontare la tematica presa in considerazione. Induce di conseguenza ad un disimpegno dalla ricerca, porta ad una ingiustificata certezza di stare dalla parte giusta (il ché può risultare insostenibile). Possiamo pensare a dei casi nei quali ciò che avrebbe dovuto considerarsi come un 'ipotesi è purtroppo stato fatto passare come una certezza $ ^{29} $. Sono state date come acquisite certe interpretazioni degli avvistamenti nel senso di intenderli come sicuramente relativi a determinati "fatti".

Si è anticipato insomma quello che avrebbe dovuto essere lo scopo di una ricerca. Ma dal punto di vista della epistemologia, queste interpretazioni potrebbero essere ritenute come degli indebiti voli di fantasia.


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Il filosofo della scienza nella ricerca della verità, tiene presente il problema della possibilità di pervenire a delle spiegazioni scientifiche $ ^{30} $. Ed in proposito è ovviamente necessario ricordare che la caratteristica della scienza è la “cognitio rerum per causas”. La scienza conta infatti sull’individuazione dei nessi causali ed implica la determinazione di una condizione in cui l’antecedente è condizione sufficiente del conseguente.

Certo è possibile che il filosofo si chieda, in ultima istanza. se una $ \underline{\text{spiegazione}} $ scientifica $ ^{31} $ è possibile oppure se ci si debba accontentare più modestamente di una $ \underline{\text{comprensione}} $ $ ^{32} $ del fenomeno. Il filosofo si pone il dubbio anche se la spiegazione scientifica possa dissipare ogni incertezza (e ciò comunque tenendo presente che il pervenire ad un livello scientifico rappresenta comunque un grande salto di qualità). Comunque la ragione ha dei limiti $ ^{33} $.

Su questa tematica così si esprime ad esempio F. Nietzsche ("La gaia scienza", Opere, Milano, p. 239). "Un'interpretazione del mondo che altro non ammette se non numeri, calcoli, iguaglianze, è una balordaggine, è un'ingenuità....".

Un altro filosofo, M. Heidegger (vedi il saggio: Scienza e meditazione in "Saggi e discorsi", Mursia, 1980, pag. 39) così si esprime: "L'oggettività della fisica non può mai abbracciare tutta la pienezza dell'essere della natura. Essa rimane così per la scienza fisica l'inaggirabile".

Circa il rapporto con la scienza, scrive ancora Heidegger ("I seminari di Zollikon, Guida, 1991, p. 69): "Non si tratta di rifiutare le scienze, ma di avere un rapporto meditato e sapiente con la scienza, che ne consideri veramente in profondità i limiti".

E' in proposito da tener presente che, nel rivolgersi alla scienza, si chiama in causa la sfera della coscienza (la sfera del conscio) e quindi si esclude la sfera dell'inconscio. Ci si limita al campo del razionale escludendo l'"a-razionale" o l'"irrazionale". Si tratta insomma di assumere un atteggiamento "cartesiano". L'interrogativo resta circa il fatto se tale atteggiamento è da considerarsi sufficiente.

Circa le spiegazioni scientifiche vi è anche da osservare che vorremmo che potessero essere del tutto neutre. Ma è possibile escludere che possano nascondere un connotato ideologico e soggettivo?

Ad ogni buon conto una valutazione molto ponderata sulla scienza e sui suoi limiti si sembra la seguente, di L. Peirone ("Emancipazione, responsabilità, psicoanalisi e


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scienza”, Cleup, Padova, 1979, pp. 272-273), in cui l'autore, rifacendosi alle difficoltà dei problemi che possono in ogni momento superare le effettive capacità di soluzione possedute dallo scienziato, afferma: “Di fronte a tale e tanto pericolo, è comprensibile che l'uomo (sia pure avvertendo solo molto sfumatamente, a livello di semplice disagio, i rischi insiti nella scienza) inverta la rotta e faccia vela verso acque meno perigliose; indubbiamente i tranquilli mari dell'etica, del senso comune, della metafisica e della pseudoscienza assicurano viaggi piacevoli e privi di inconvenienti, mentre la scienza, irrimedidiabilmente ostinata, si cimenta quotidianamente fra Scilla e Cariddi, sottoponendo l'uomo a continui rischi di sopravvivenza mentale. Qualunque “scienza” concretamente realizzata è inevitabilmente limitata e fallace, ma ciò non implica che la scienza sia da rifiutare. La colpa dei limiti e delle debolezze delle scienze intese nella loro dimensione storica risiede nell'uomo e non nella scienza. La scienza, considerata nella sua accezione più ampia, non ha né limiti né colpe, poiché è “aperta” e infinita. La scienza non sbaglia mai due volte allo stesso modo, per cui si può dire che non sbaglia proprio in quanto prevede costantemente la possibilità di sbagliare. Risulta pertanto assurda la “fuga dalla scienza” e la sua “sostituzione” con mitologie pseudo emancipatrici. “No, la nostra scienza non è un’illusione. Sarebbe invece un’illusione credere di poter ricevere altronde ciò che essa non può darci $ ^{34} $”. L’etica fa molte promesse ma non sa mantenerle; la scienza invece fa della propria poverty la propria ricchezza. “Come ha detto una volta Maurice Cohen la scienza non è che una luce fioca e tremolante nel buio che ci circonda, ma la sola che abbiamo: maledetto colui che vorrebbe spegnerla $ ^{35} $”.

c) segue il confronto con la filosofia: L'AMBITO ERMENEUTICO

Ogni segno è interpretazione, ma il significato non deve essere suscettibile di interpretazione. Esso è l'interpretazione definitiva, the "last interpretation".

L. Wittgenstein

The blue book, Blackwell, 1969, p. 34.

Facciamo ora un cenno al problema ermeneutico, il problema dell'interpretazione, per ciò che possa essere di interesse per la problematica delle macchie $ ^{36} $. Il filosofo si preoccupa della necessità che siano poste delle domande le quali non siano condizionate da presupposti accettati acriticamente e si preoccupa della possibilità di poter effettuare approfondimenti successivi. Ilchéè insito nel procedere


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“ermeneutico”. Procedere che comporta anche l'affrontare la problematica “parte-tutto” $ ^{37} $.

Sotto questo riguardo le macchie sono sempre e solo una parte di un quadro più ampio, sono incluse infatti in un orizzonte, in un ambiente, in un contesto, come abbiamo più volte osservato. L'osservatore ha a che fare con un quadro d'insieme, un contesto, che però può anch'esso, in larga misura, risultare sconosciuto e la cui interpretazione ha effetti su come viene interpretata la macchia.

L'isolamento della parte dal tutto può costituire una indebita semplificazione e in proposito la filosofia ci mette in guardia dal compiere delle eccessive semplificazioni. Purtroppo, qualche volta, nelle ricerche ufologiche sono state fatte proprio delle indebite semplificazioni di questo tipo.

In merito alla tematica su accennata, scrive il filosofo P. Ricoeur (vedi, ad esempio, lo scritto di L. Aversa: Racconto metafora simbolo – Dialogo con P. Ricoeur. Metaxu, n°2, 1988, pp. 82-90). “Il proprio dell'interpretazione non è soltanto dissipare l'oscurità, ma è anche, forse, di creare l'oscurità, voglio dire di rendere più opaco ciò che tenderanno a semplificare”.

In materia di eccessive semplificazioni può rientrare il fatto, già in precedenza ripetutamente richiamato, che a volte si è accettato, acriticamente, che i fenomeni spaziali venissero considerati esclusivamente nei termini di una visione militare (e politica), cioè una visione limitata all'ottica di difesa-offesa e della sicurezza della società. Il ché, come si è accennato, può certamente costituire un'ipotesi interpretativa, anche particolare rilevante, ma non può essere considerata come la unica.

Per quanto riguarda l'ambito della percezione $ ^{38} $ del fenomeno e l'ulteriore elaborazione al di là della percezione, è di rilevante interesse l'opera del citato filosofo M. Merleau Ponty $ ^{39} $. Egli infatti ha in particolare trattato questa problematica nel suo libro “La filosofia della percezione” (“Phenomenologie de la perception” Gallimard, Paris, 1945).

E' bene precisare che Merleau Ponty cerca di chiarire dal punto di vista della fenomenologia $ ^{40} $ la vita percettiva, irriflessa, una questione che peraltro in sé è


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controversa per la difficoltà di poter chiarire “fenomenologicamente” una esperienza irriflessa, che infatti è soltanto vissuta $ ^{41} $.

Scrive Merleau Ponty (i riferimenti che seguono sono all'edizione francese dell'opera):

“Noi cercheremo di far vedere nella percezione l'infrastruttura i

stintiva e in pari tempo le sovrastrutture che si stabiliscono su di essa tramite l'esercizio dell'intelligenza. (...) La riflessione sarà certa di aver trovato il centro del fenomeno se sarà ugualmente capace di illuminarne l'inerenza vitale e l'intenzione razionale" (PhP 96s./65).

Abbandonato il pregiudizio del mondo oggettivo, come si presenta ora la percezione?

Anche solo osservando una macchia su un fondo omogeneo, ci accorgiamo che tutti i punti della macchia coeriscono insieme e formano una 'figura' che si stacca dal fondo anche se esso le è perfettamente contiguo: ogni parte ha un senso, annuncia più di quanto contenga (PhP 36/9). Se una macchia è sempre su un fondo, vuol dire che essa significa qualche cosa, che lo annuncia senza chiuderlo in sé, che 'esercita una funzione di conoscenza'. Il rosso – apparentemente questa 'qualità' – non mi è solamente presente, ma mi rappresenta qualcosa, che non è dato, nella mia percezione del rosso come 'parte reale', ma è anticipato come 'parte intenzionale' (PhP 47/20)

d) segue il confronto con la filosofia: L'AMBITO ETICO

Veniamo adesso a considerare brevemente l'ambito etico in cui possono essere fatti rientrare alcuni problemi che si pongono se si accetta l'ipotesi che nel fenomeno spaziale possono essere coinvolti degli esseri extraterrestri, degli "alieni".

Possiamo pensare all'extraterrestre come al "radicalmente altro", come alterità, un'alterità che siamo però incapaci di rappresentare, che è fuori, nella exteriorità, che è "assolutamente straniero".

Il rapporto con questo “straniero” non si può innestare ovviamente su una condizione precedente di conoscenza. Il rapporto probabilmente è da porsi piuttosto in termini “etici”, i quali implicano l'esistenza di prese di posizione relative agli atteggiamenti di ostilità o di ospitalità da assumere nei riguardi, appunto, dello straniero. E che, eventualmente, rimandano a possibilità o impossibilità di omogeneizzazione o colonizzazione dello straniero. Tutto questo richiama problematiche che rientrano nel campo dell'etica come quelle concernenti la libertà, la giustizia, la responsabilità.


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Su questa difficile tematica possono esserci di qualche aiuto gli scritti del filosofo Emmanuel Levinas (vedi in particolare "Totalità e infinito – Saggio sull'esteriorità", Jaca Book, 1980). Certo, "l'altro" di cui parla Levinas, non è l'extraterrestre, ma è pur sempre un "totalmente altro", caratterizzato da exteriorità. Levinas sostiene che il rapporto con quest'altro (dal volto inconoscibile), deve essere un rapporto etico ispirato alla non violenza, rispettoso appunto dell'alterità. Levinas, nel suo libro "En decouvrant l'existence avec Husserl et Heidegger" (Vrin, 1974, p. 225) scrive: "Noi chiamiamo etica una relazione dove l'uno e l'altro non sono uniti né per una sintesi dell'intelitto, né per la relazione da soggetto ad oggetto e dove tuttavia l'uno grava o importa o è significante all'altro, dove essi sono legati da un intrico che il sapere non potrebbe né esaurie né districare".

Si può osservare, per inciso, che il pensiero di Levinas si inspira alla Bibbia laddove questa mette in evidenza la necessità di rispetto per lo straniero.

Se tale è la natura dei problemi che si pongono per l'altro, così come immaginato da Levinas, possiamo immaginare quali possono essere i problemi che si pongono per “l'altro”, concepito come l’"extraterrestre". Nei riguardi dell'altro (e dell'extraterrestre) è da chiedersi in primo luogo, se si può accettare di “essere per l'altro quello che l'altro è per noi”.

Dopo questo excursus nel campo delle problematiche filosofiche, che possono essere d'interesse per lo studio dei fenomeni spaziali, ci trasferiamo, con analoghi intenti, al campo della psicoanalisi.

b) Il confronto con la psicoanalisi

Wo es war soll ich werden

S. Freud

(Introduzione alla psicoanalisi, 1938)

Prima traduzione: dove era l'Es deve venire l'Io

Seconda traduzione: dove era l'Es l'Io deve tornare $ ^{43} $

Alcune delle domande che potremmo porre allo psicanalista potrebbero essere del tipo seguente:

La visione delle macchie nell'atmosfera, i turbamenti nell'atmosfera, possono avere a che fare con una proiezione dell'interiorità psichica del soggetto, con l'inconscio del soggetto (il quale ha forse bisogno di scorgere in cielo qualche riflesso del suo


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inconscio)? In sostanza il “perturbante” che caratterizza la macchia può avere a che fare con il “perturbante” che si presenta con l'inconscio?

• Guardando il problema da una prospettiva psicanalítica, ci chiediamo se è possibile pensare ad una macchia come al “sintomo” di qualcos'altro, cioè se possiamo vedere qualche somiglianza fra il problema della ricerca della verità da parte del soggetto osservatore e il problema psicanalítico del sintomo, che è il problema di una verità che vuole farsi strada.

La psicoanalisi può aiutarci a separare l'aspetto conscio da quello inconscio nell'osservazione dei fenomeni? Può fornirci delle indicazioni sul rapporto del soggetto con la visione?

Più in generale la psicoanalisi, con il suo interesse per l'inconscio, può aiutarci a parlare di ciò di cui si ha difficoltà a parlare, può aiutarci a trovare al di fuori del piano del sapere, della conoscenza, qualche indicazione sul fenomeno? E ciò in particolare con riferimento al fatto che la psicoanalisi utilizza al posto della logica classica una logica fondata su libere associazioni? Con queste modalità si può andare al di là della sfera del sapere, la quale resta legata all'ambito del conscio?

Premettiamo che è bene ricordare che la psicoanalisi non è una disciplina scientifica (questa è la critica epistemologica più generale rivolta alla psicoanalisi) e che d'altra parte la psicoanalisi richiede una osservazione rigorosa dei fatti, mira a cogliere emozionalmente aspetti non visibili. In questo contesto la psicoanalisi può offrire un contributo ad affrontare la materia in questione $ ^{44} $.

Nella interpretazione delle macchie entra in gioco inevitabilmente l'aspetto proiettivo dell'attività mentale, dell'osservatore che costruisce immagini personali, partendo da certe intenzioni e chiamando in causa l'inconscio. L'osservatore è cioè affetto da delle sue convinzioni interiori di cui non è consapevole. Queste convinzioni possono, pertanto, portarlo a delle valutazioni non corrette dal punto di vista scientifico perché viziate da presupposti che stanno nella sfera dell'inconscio. Ciò comporta un'autoriffessione da parte dell'osservatore. La psicoanalisi può fornire indicazioni per effettuare questa autoriffessione.

Uno dei primi cultori della psicoanalisi in Italia, il Prof. Emilio Servadio ("La psicoanalisi", Edizioni Radioitaliana 1953, pag. 3) esprime il parere che la psicoanalisi consente "Una sistematica ricognizione delle zone segrete dell'uomo, negli strati autonomi della decisione, nella conoscenza, nel preconscio" e che "porta alla luce un complesso di fenomeni e di cause che prima ad ora sfuggiva alla valutazione logica..."^{45}.


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Si può notare a questo proposito che alla questione dei fenomeni spaziali era stata dedicata già in anni lontani l'attenzione da parte di uno "psicologo del profondo", C. G. Jung, dissidente rispetto a Freud soprattutto per la diversa concezione dell'inconscio $ ^{46} $. Si legge in merito, come scrive Carlo Pintore (appendice a A. Sacripanti, "Ufo", Phasar, ediz. 2007, p. 409):

“A livello inconscio Carl Gustav Jung (psicologo svizzero) nella sua opera Su cose che si vedono in cielo, saggio sul fenomeno degli Ufo scritto nel 1958, ammetteva che sopra le nostre teste “si vede qualcosa, ma non si sa che cosa”. Interpretava le visioni degli oggetti volanti luminosi come una proiezione dell’inconscio collettivo che ha bisogno di scorgere in cielo figure di mito. Gli UFO, disse Jung, sono ormai diventati un mito vivente. Secondo la sua opinione, gli UFO erano reali apparizioni materiali, e entità di natura sconosciuta che erano già visibili agli abitanti della Terra da lungo tempo. Il fatto che la loro comparsa sia avvenuta più di frequente dopo la fine della seconda guerra mondiale è attribuibile a un fenomeno sincronistico, cioè a una coincidenza”⁴⁷.

Il fenomeno, peraltro, possiamo aggiungere, può essere inteso anche come una metafora di una minaccia, se si introduce, come a-priori, l'attività degli extraterrestri, intesa, appunto, come costituente una possibile minaccia.

Con riferimento alla metafora è bene tener conto anche del suo carattere di impatto emotivo. Pensiamo alla forza visionaria dell'immagine delle astronavi che richiama l'idea di ciò che possiamo chiamare "sublime, tecnologico", ciò del massimo apporto che la tecnologia può apportare nel campo degli armamenti.

A proposito di metafore è anche opportuno ricordare che possono esservi delle metafore basate su somiglianze $ f_{ondate} $ e invece metafore basate su somiglianze $ s_{uperficiali} $. Le metafore, basate su somiglianze e fondate, possono riuscire a stabilire delle connessioni tra mondo e linguaggio scientifico. Infatti nella scienza può essere necessario introdurre termini teorici anche senza definirli. Ciò “è reso necessario (scrive Luisa Muraro_, Introduzione a R. Boyd e J. Kuhn, “La metafora della scienza”, Feltrinelli, 1983, p. 16) dal fatto che la nostra conoscenza del mondo è imperfetta.. Si ha conoscenza d'altronde quando c'è accordo diretto del nostro linguaggio al mondo, quando i nostri concetti ‘taglino’ il mondo secondo le sue ‘articolazioni’”.

$ ^{46} $ In merito alla differente concezione dell'inconscio di Jung rispetto a quella di Freud, si legge in U. Galimberti, “La casa di psiche”, Feltrinelli, 2005, p. 125: “Per Jung l'inconscio precede la coscienza come sua radice e non la segue come conseguenza della rimozione; il suo contenuto non è solo il resto del passato, ma esprime anche un progetto d'esistenza e quindi un possibile futuro. Al pari di Freud, Jung non nasconde che l'inconscio è solo un'ipotesi: “Definisco ipotetici i processi inconsci, perché l'inconscio, per definizione, non è accessibile all'osservazione diretta, ma può essere soltanto ‘inferito’ (“La psicologia della traslazione”, in Opere, vol. XVI, p. 182). Ma prosegue Jung: ‘Sa forse qualcuno un’espressione migliore per una cosa che, in senso moderno, non è stata ancora compresa?” (“Saggio d'interpretazione psicologica del dogma della trinità”, in Opere, vol. XI, p. 184).


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In merito sempre al problema della visione delle macchie nel cielo e quindi al problema della vista e dello sguardo, qualche possibilità di approfondimento ci viene dallo psicanalista Jacques Lacan (Il Seminario, Libro XI, "I quattro concetti fondamentali della Psicoanalisi", Einaudi, 1978). Nel capitolo VII l'autore tratta il tema: "la linea e la luce" e accenna alla funzione dell'occhio e del rapporto del soggetto con la vista. Si tratta di una problematica che ha attinenza con l'osservazione dei fenomeni spaziali e con la vista delle macchie atmosferiche.

Si pone in proposito una questione particolare che riguarda il fatto che, come in precedenza accennato, l'osservatore può risultare affascinato (afferrato) dalla macchia. In questa situazione è, in un certo senso, lui stesso che diventa la macchia. In altre parole: non è più l'osservatore che guarda la macchia ma è la macchia che guarda l'osservatore. E' un problema a cui si è accennato in precedenza. Lo sguardo dell'osservatore viene ad appartenere al campo della macchia, al campo dell'"altro", è come "preso" dall'immagine; l'immagine "trafigge" il soggetto (per usare un'espressione di R. Barthes ("La camera chiara" Einaudi, 1980, p. 28).

Questa problematica di “inversione dello sguardo” (una condizione di “simmetria”), ha toccato a volte la pubblicistica ufologica. L'osservatore è stato percepito non come colui che padroneggia il fenomeno, ma come colui che ne è padroneggiato, affascinato. La situazione di “eccedenza rispetto all’orizzonte” (al quadro, al contesto) costituito dalla macchia (la macchia, insomma, come “eccedenza”), che appare dominante, si trasferisce nell’osservatore, il quale viene a risultare lui, lo abbiamo accennato più sopra, come qualcosa di “eccedente”^{48}. E se questa situazione si verifica, nuoce per la credibilità dell’attività svolta nell’ambito dei fenomeni spaziali. Per inciso possiamo dire che ci troviamo di fronte non a un pensiero a $ \underline{\text{senso unico}} $, ma a un pensiero a $ \underline{\text{due vie}} $.

Qualche ulteriore riflessione è dovuta al processo di elaborazione che è successivo al momento della immediatezza della visione, al momento in cui si percepisce un'immagine e di cui si è fatto cenno in precedenza. Questo processo mira ad una associazione dell'immagine a qualcos'altro ed è legato ai desideri, alle aspettative, alle frustrazioni del soggetto, è legato al suo inconscio. L'"io vedo" del soggetto che osserva è dipendente da un ambito, il quale è caratterizzato dalla latenza.

Ciò che viene visto nel cielo, le macchie che vi si profilano, possono essere, come in precedenza accennato, intese come dei “significanti” i quali possono essere generatori di significati diversi tra loro.

Viene chiamata in causa sia la componente conscia della mente che quella inconscia, e quindi il tentativo di dare sia una spiegazione razionale, sia una irrazionale. In sostanza


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entrano in gioco due logiche. Si tratta allora della possibilità di coniugare l'inconscio e il conscio, dato che il problema che si pone implica sia la dimensione discreta e caratterizzata da finitezza propria della coscienza, sia la dimensione confusiva e caratterizzata da infinitezza, propria dell'inconscio.

Su questa problematica delle due logiche di fronte a cui si trova l'osservatore del fenomeno, un contributo può essere offerto dagli studi dello psicanalista Ignazio Matte Blanco ("L'inconscio come insiemi infiniti", Einaudi, 1981, pag. 429) che ci parla infatti della possibilità (e dei limiti di questa possibilità) della traduzione del "modo inconscio" (che egli chiama "simmetrico") nel "modo conscio" (che egli chiama "asimmetrico") $ ^{49} $.

La funzione di traduzione, nel pensiero, degli stati emotivi dell'inconscio, risulta da un processo di dispiegamento del modo "simmetrico" in relazioni "asimmetriche"50.


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Si è fatto cenno in precedenza al rovesciamento possibile dell'azione. Da una parte la relazione asimmetrica in cui l'osservatore guarda la macchia; dall'altra parte la relazione simmetrica, per cui è vero anche l'inverso, e cioè che la macchia guarda l'osservatore.

Il confronto con la linguistica $ ^{51} $

“I limit del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”

L. Wittgenstein

Alcune delle domande che potremmo porre al linguista potrebbero essere del tipo seguente:

• Le macchie, non sufficientemente spiegate, che vediamo in cielo, che appaiono e che scompaiono, che si spostano, possono trovare un'adeguata espressione nella loro interpretazione come "oggetti volanti non identificati"? E' "linguisticamente" accettabile questo modo di definirli? $ ^{52} $

• Possiamo sperare di trovare dei precisi “significati” dei fenomeni oppure dobbiamo, come si è in precedenza accennato, limitarci a considerarli in termini di “significanti”?

• Il linguaggio che usiamo nella sfera dell'"umano" è adatto a descrivere l'"inumano" che appartiene all'extraterrestre? (naturalmente, se si ammette l'ipotesi che l'extraterrestre possa essere coinvolto nei fenomeni spaziali)

• Il linguaggio è adatto ad esprimere sia l'aspetto "inorganico" (nel senso che nel fenomeno si ipotizza una struttura inorganica), sia quello "organico" (nel senso che nel fenomeno si ipotizza la presenza di qualcosa che inerisce alla vita)?

Possiamo premettere a quanto segue che l'osservatore, il quale percepisce l'immagine, la macchia nel cielo, per esprimersi deve utilizzare il linguaggio. Ma in qualche modo


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addirittura, già anche nel suo percepire il fenomeno, già prevede un linguaggio (o, quanto meno, un "qualche linguaggio"). Il campo del linguaggio dunque è certamente attinente alla problematica del trattamento dei fenomeni spaziali e della loro interpretazione.

In relazione alla denominazione di Ufo e alla problematica relativa all'opportunità del suo uso, questa ci riporta al tema dei limiti del linguaggio, cioè della "gabbia del linguaggio". Si tratta di un argomento approfonditamente trattato dal citato filosofo L. Wittgenstein ("Ricerche filosofiche", Einaudi, 1967).

Il tema ci porta ad interrogarci su cosa debba intendersi per una “spiegazione scientifica” circa il significato del fenomeno. In merito è da tener presente il fatto che la scienza si preoccupa solo della dimensione del conscio. Ma, come si è detto, in questi fenomeni non è da escludere la esigenza di considerare anche una componente inconscia, il ché, nell'ottica linguistica, ci porta alla problematica (a cui pure si è già fatto cenno), riguardante il doversi esprimere anche in termini di “significanti”, cioè di esprimersi in termini molto grezzi. Abbiamo descritto i significanti in modo eccessivamente semplificatore, come “campi di significato”.

Infatti, la linguistica moderna, così come è stata concepita da F. de Saussure ("Corso di linguistica generale, 1916 – postumo, Laterza, 1967) ci ricorda che tra significato e significante c'è una differenza profonda $ ^{53} $. Il significato nel rapportarsi al significante può essere pensato come separato da una barra, secondo l'algoritmo di De Saussure:

$$ \begin{array}{c}\mathrm{s}\ \hline\mathrm{S}\end{array} $$

Lo psicanalista Lacan, riprende, sia pure in una diversa ottica, la formula di de Saussure. Egli rovescia i termini del rapporto nel senso che dà la prevalenza al significante rispetto al significato

$$ \begin{array}{c}\underline{\mathrm{S}}\ \mathrm{s}\end{array}\quad\begin{array}{c}\underline{\mathrm{Significante}}\ \mathrm{significato}\end{array} $$

La concezione linguistica di De Saussure richiama l'attenzione sulla barra di separazione tra significante e significato e sulla resistenza che si frappone nel passare da un livello all'altro. Lacan sostiene anche che l'inconscio non lascia nessuna delle nostre azioni fuori del suo campo.

$$ \begin{align*}\begin{minipage}[c]{35pc}S\ \end{minipage}\end{align*} $$


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Forse almeno per ora, in mancanza di una spiegazione scientifica del fenomeno (espressa quindi necessariamente in termini di “significati”), un insegnamento della linguistica per quanto concerne questa tematica potrebbe essere quellp di considerare i fenomeni spaziali in termini di “significanti”, evitando di pronunciarsi sulla possibilità di individuare dei “significati”.

Se prendiamo in considerazione l'ipotesi che ha trovato un eco nel campo ufologico e cioè quella della presenza di extraterrestri nel fenomeno, si pone allora, per quanto concerne la dimensione linguistica la problematica della eventuale comunicazione tra uomo e alieno $ ^{54} $, di cui a volte non è stata valutata appieno la enorme difficoltà. In proposito dovremmo probabilmente tener conto di quanto ha scritto L. Wittgenstein (opera citata, p. 292).

“Se un leone potesse parlare noi non potremmo capirlo. Non solo, ma del leone dotato di un linguaggio noi non potremo arrivare ad una comprensione perché manca quella comune struttura biologica e capacità emotiva che invece permette la comprensione tra uomini, anche in assenza di un linguaggio codificato”.

Analizzando ora più approfonditamente il tema del modo di esprimere il fenomeno in termini linguistici possiamo pensare a tre dimensioni nelle quali il fenomeno può essere analizzato.

Queste tre dimensioni sono le seguenti:

a) 1^ dimensione. Riguarda la disposizione “interiore” del soggetto, la disposizione d'animo del soggetto, la sua disposizione “emotiva”. E ancora, per meglio precisare: la sua interiorità, il suo atteggiamento istintivo. Possiamo chiamare questa la dimensione, (seguendo un'indicazione di Freud) la dimensione della “realtà psichica”, del “reale psichico”^{55}. In breve: del reale^{56}) per usare il termine con cui si esprime lo psicanalista J. Lacan^{57}).


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b) 2^ dimensione. Riguarda l'immagine immediata che l'osservatore si forma circa il fenomeno. Questa immagine (che può risultare anche illusoria) può essere riferita alla dimensione dell'"immaginario".

c) 3^ dimensione. Riguarda l'elaborazione intellettuale che avviene in rapporto alla immagine, alla sua interpretazione, cioè al tentativo di “simbolizzarla” (di tradurla in parole). E ciò anche in rapporto al contesto in cui l'immagine si pone. Può essere riferita alla dimensione del “simbolico”^{58}.

Lo psicanalista Lacan parla in proposito delle tre dimensioni sopra accenate, come di tre “registri”: quello del reale, dell’ immaginario e del simbolico. L’intreccio di questi registri costituisce quello che lui chiama un “nodo Borromeo” $ ^{59} $. Ciascuna delle dimensioni, per sussistere, necessita delle altre due. Infatti la dimensione del simbolico ha bisogno di basarsi sulla visione dell’immagine (immaginario), ma anche sulla sensibilità interiore (il reale-psichico) del soggetto; la dimensione della sensibilità interiore per estrinsecarsi, per esprimersi, ha bisogno della possibilità di visione e della possibilità di simbolizzazione; la dimensione della visione ha bisogno della sensibilità interiore (reale) come punto di partenza e della possibilità di differenziarsi dalla simbolizzazione.

Queste tre dimensioni si intrecciano tra loro, col presupposto che se ne viene a mancare una, viene a mancare nel complesso la capacità interpretativa. Il "nodo Borromeo", che è rappresentato, figurativamente, da tre cerchi che si intrecciano tra loro.

L'analisi delle macchie può svilupparsi su queste tre dimensioni, su questi tre "registri" tenendo presente che ciascuno ha qualcosa in comune con gli altri $ ^{60} $.

all'immaginario. Il reale è ciò che non può essere simbolizzato nella parola e quindi "non cessa di non scriversi". Lacan non intende il reale come una realtà ordinata, ma al contrario come qualcosa che il simbolico ha espulso dalla realtà perché improponibile. Il reale è l'inconscio, è qualcosa che non può esprimersi attraverso le categorie del linguaggio logico aristotelico. Per questo dirà che è l'impossibile. Il reale, per Lacan, è ciò che non è ammesso".


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Il confronto con la teologia

Alcune delle domande che potremmo porre al teologo potrebbero essere del tipo seguente:

• Le macchie percepite nel cielo possono essere l'espressione, oltreché di un fenomeno naturale, anche di un fenomeno soprannaturale, cioè attinente alla sfera del sacro, del divino, del meta-umano?

• Le macchie possono essere interpretate come un modo di comunicare di Dio con gli uomini? E ciò per far sentire la presenza divina come un in più, un “sursum” rispetto alla realtà mondana? E queste macchie possono essere pensate sia come portatrici di un “annuncio” sia come richiedenti un “ascolto”?

• Si può pensare alla conciliazione di questa interpretazione teologica del fenomeno con un'interpretazione scientifica, oppure le due sono destinate a rimanere autonome e non comunicanti? Alla riflessione sul comportamento del fenomeno spaziale così come ci appare, cosi come è recepito nelle abituali concezioni ufologiche, si può aggiungere una riflessione su ciò che è velato nella sua sacralità?

• Dal punto di vista teologico è accettabile prendere in considerazione gli extraterrestri dato che si assume che Dio abbia creato l'uomo (e non gli extraterrestri)? Una simile ipotesi potrebbe costituire un sintomo di pensiero “scristianizzante”?

Prima di andare oltre, è doveroso precisare che la problematica che stiamo trattando interessa solo i credenti. Si basa dunque sull'esistenza di un "a priori religioso" dell'osservatore. Vale in proposito quanto ha affermato il teologo R. Otto ("Il Sacro", Feltrinelli, 1960, p. 19) all'inizio del suo scritto: "Invitiamo il lettore a rievocare un momento di commozione religiosa e possibilmente specifica. Chi non può farlo o chi non ha mai avuto di tali momenti è pregado di non leggere più avanti".

L'avertimento vale anche per la situazione che qui prendiamo in considerazione $ ^{61} $.

Per quanto riguarda l'approfondimento dell'ipotesi "teologica" è di rilevante interesse quanto ha scritto il citato teologo Rudolf Otto, in particolare per ciò che concerne le caratteristiche del sacro. E ciò perché le caratteristiche del sacro hanno dei punti di somiglianza con le caratteristiche che possono essere attribuite ai fenomeni spaziali. Per R. Otto le caratteristiche del sacro sono essenzialmente tre: a) il fascinoso, (che egli


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chiama “fascinans”), b) il pericoloso (che egli chiama “tremendum”) e c) il sovrapotente (che egli chiama “augustum”)⁶².

Si tratta di "ideogrammi" che permettono di cogliere il sacro nelle sue manifestazioni psicologiche, ma che, come si è detto, possono anche essere considerate come caratteristiche dei fenomeni spaziali perché anche questi fenomeni possono causare timore, fascino, e possono ricondurre all'idea di trovarci di fronte a qualcosa di sovrapotente.

In modo non molto dissimile dal teologo R. Otto, si è pronunciato il teologo G. Van der Leeuw ("Fenomenologia della religione", Torino, 1960). Egli, nella sua opera sviluppa i temi della potenza, del timore e del tabù. In particolare si sofferma sull'ipotesi della religione, come espressione (o ricerca) di "Macht", cioè di potenza.

In relazione al sacro deve essere tenuta presente l'assunzione secondo cui esso trae le sue scaturigini dalla vita emozionale, sentimentale e affettiva, del singolo e della comunità. Quello del sacro è comunque un ambito che porta con sé l'abbandonare la concezione delle idee chiare e distinte e della semplice razionalità. Include invece gli aspetti dell'intuizione e dell'emozione.

E' comunque da tener presente che l'indagine sul sacro può portare un contributo indiretto in termini di approfondimenti dell'approccio razionalistico $ ^{63} $.

Le macchie celesti destano in primo luogo un senso di stupore, che in qualche modo richiama lo stupore per il segno che da Dio può essere rivolto agli uomini. Possiamo anche dire che c'è da considerare sia un aspetto "psicologico" legato alla presenza di


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una dimensione prodigiosa, sia un aspetto “ $ \underline{\text{ontologico}} $” legato al manifestarsi di una potenza primordiale.

L'aspetto psicologico in cui è coinvolto il testimone del fenomeno agisce con rapporto alla causa che lo produce. Possiamo pensare che vi sia qualche somiglianza con quanto accade in relazione ad un segno che può essere considerato inviato dalla sfera del sacro e che quindi vi sia coinvolto un aspetto di intenzionalità, di "funzione comunicativa" da parte dell'autore del segno.

Il segno comunque esige un'interpretazione. Ma non è esente da un margine di mistero, di inesplicabilità.

Abbiamo accennato alle macchie e ai loro possibili spostamenti, anche rapidissimi, nel cielo. Spesso questi sono stati visti nella pubblicista ufologica (lo abbiamo più volte ricordato) come dei segnali di natura guerresca. In relazione a questo fatto potremmo accennare che nella Bibbia e in specie nel libro del Deuteronomio, si possono ravvisare aspetti guerreschi dei fenomeni che si presentano nel cielo. E ciò specie per quanto riguarda le narazioni relative alla presa di possesso della terra assegnata a Israele (e alla concezione di una guerra santa, della guerra del Dio - Jahvé), la dove si allude a messaggi di terrore di natura divina inviati ai nemici di Israele $ ^{64} $.

Circa la natura dei segni e la loro rilevanza nella sfera del sacro, scrive il citato teologo R. Otto (op. cit., p. 165): “Questi fatti provanti queste manifestazioni della rivelazione sensibile si chiamano nel linguaggio della religione: segni. Sin dal tempo della religione più primitiva si è sempre considerato come segno tutto ciò che era in grado di suscitare e di dare impulso al sentimento del sacro nell’uomo...”. In sostanza la Bibbia ci parla dell’intervento di Dio negli avvenimenti terrestri. Non va dimenticato che anche nel libro del Genesi (I,26) si menziona il fatto che Dio ha creato l’uomo a sua immagine $ ^{65} $.

A questo proposito si pone la problematica della somiglianza degli uomini a Dio e della somiglianza di Dio agli uomini.

E in relazione a ciò si può ricordare la concezione di L. Feuerbach, secondo cui gli uomini fanno Dio a loro immagine e somiglianza, il rovescio dunque di quanto dice la Bibbia circa che il fatto che Dio ha creato gli uomini a loro immagine.

Nel senso di L. Feuerbach (“Essenza della religione”, Laterza, 2006) la teologia viene risolta in antropologia, nel mettere in luce la struttura antropologica che ha per esponente Dio $ ^{66} $. A questo proposito si pone la problematica della immagine di Dio e della sua rappresentazione.

Secondo Leonid Uspenski ("La teologia dell'icona". La casa di Matriona, 1995, pag. 11) "la proibizione di rappresentare Dio invisibile contiene implicitamente la necessità


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di rappresentare Dio una volta che le profezie siano adempiute. Le parole del Signore 'Voi non avete visto immagini; quindi non fatele' significano: 'non fate immagini di Dio finché non l'avete visto' $ ^{67} $.

La problematica teologica suggerisce qualche ulteriore considerazione di tipo metodologico nell'affrontare la problematica dei fenomeni spaziali. Infatti procedendo secondo come previsto nella fenomenologia teologica si potrebbe pensare a tre modi di approccio:

a) il modo storico – il fenomeno va legato al contesto culturale e sociale in cui si verifica (ad es. all'epoca della Bibbia non si poteva concepire un contesto in cui operavano delle astronavi!)

b) il modo fenomenologico – il fenomeno va inteso come una manifestazione di potenzialità superiori sconosciute

c) il modo ermeneutico – il fenomeno non va considerato solo per la sua apparenza, ma deve essere considerato anche per le sue possibilità di interpretazione.

Alcune finali considerazioni riguardano il tema della proiezione dell'inconscio umano nel campo del sacro, del religioso. E in relazione al tema delle macchie, riguarda la possibilità di pensare alle macchie in termini di proiezione dell'inconscio. E' una problematica, a cui è già stato fatto cenno, in relazione ai possibili contributi della psicoanalisi.

Secondo Freud le rappresentazioni religiose (vedi l'opera "L'avvenire di una illusione", Boringhieri, 1971, pag. 159 e 170) non costituiscono precipitati dell'esperienza o risultati finali del pensiero, sono illusioni, appagamento di desideri.

Sempre Freud, nella sua opera ("Psicopatologia della vita quotidiana") parla della proiezione come "riflesso sovranaturale da configurarsi come conseguenza di processi in corso". Si tratta della proiezione di potenzialità che l'uomo non sa di possedere. Alla base della religione secondo Freud vi è la proiezione, la exteriorizzazione di processi inconsci, la religione è intesa come elaborazione secondaria di rappresentazioni proiettive, come l'"onnipotenza alienata"^{68}. Ma qualcosa di simile, sia pure in chiave diversa, è anche oggetto dell'opera del citato C. Jung.

PER CONCLUDING PER CONCLUDING

La imponente opera di raccolta e di valutazione circa gli avvistamenti dei fenomeni spaziali che ha avuto luogo in tutto il mondo (e che in Italia ha avuto particolare


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rilievo), ci offre una base consolidata per poter affermare l'esistenza di questi fenomeni, fenomeni che nel presente scritto abbiamo denominato come "macchie" (di natura inspiegata). Questa definizione, come si è in precedenza accennato, è stata scelta per la sua "neutralità" e perché pone l'attenzione sugli aspetti di svelamento-velamento e di temporaneità che contraddistinguono il fenomeno.

Le macchie infatti svelano l'esistenza di qualcosa di anomalo, di eccedente, nell'ambiente (nel contesto) e insieme velano la loro natura, appaiono e scompaiono.

Sembra necessario ora portare avanti un lavoro di riflessione critica, lavoro che riguarda prima di tutto le interpretazioni che sono state formulate circa i fenomeni osservati. Ciò soprattutto tenendo presente che, a volte, tali interpretazioni non sono state oggetto di un sufficiente approfondimento (e, in qualche caso, sono apparse decisamente ingenue).

A volte sono state prese per $ \underline{realtà} $ di fatto quelle che in effetti debbono essere considerate solo come delle $ \underline{ipotesi} $ non suffragate da alcun riscontro. Ciò ha portato all'atteggiamento proprio di alcuni ambiti scientifici caratterizzati dal rifiuto di prestare attenzione al fenomeno.

Si è cercato in questo scritto di chiarire il fatto che le ipotesi debbono restare tali, cioè che non devono avere la pretesa di sostituirsi alla realtà. In caso contrario si finisce con l'ostacolare ogni indagine di tipo scientifico. Si è accennato all'importanza di un'analisi del contenuto degli avvistamenti volta a trovare qualcosa che sia presente in tutte le singole configurazioni del fenomeno, sia pure in diverse forme. O se ciò risulterà impossibile una indagine volta almeno a individuare tra i fenomeni delle “somiglianze di famiglia”. E ciò pur sapendo che questa è una condizione che non facilita un approccio scientifico.

Tuttavia non si è mancato di notare che anche una spiegazione scientifica ha dei limiti perché taglia fuori tutto ciò che riguarda l'ambito dell'inconscio, l'ambito emotivo^{69}. Anche una spiegazione scientifica forse può risultare non del tutto sufficiente, che deve essere “accettata” una $ \underline{\text{comprensione}} $ del fenomeno.

Si è cercato di delineare un possibile approccio interdisciplinare di includere anche ambiti finora non coinvolti nella problematica, al fine di approfondire i vari aspetti che il fenomeno può assumere.

Si è proposto a questo fine di interpellare degli esperti in vari campi del sapere in modo da poter approfondire aspetti critici della problematica considerata. Naturalmente la serie di domande che sono state poste, debbono essere intese a solo titolo esemplificativo, per sollecitare l'interesse di persone con cui ancora non si è inteso di aprire un dialogo. Queste domande debbono essere considerate solo come degli spunti, degli incentivi per facilitare un primo approccio allargato al problema. Potranno poi essere gli esperti stessi a individuare i temi che il fenomeno spaziale propone in rapporto al loro sapere e alle loro prospettive.


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Tra l'altro i campi di sapere chiamati in causa si intrecciano tra di loro per molti versi. Ad esempio i problemi dell'interpretazione si intrecciano con i problemi della filosofia, della linguistica e della psicoanalisi e anche con problemi della teologia.

Suggerendo una denominazione del fenomeno più neutra, come è quella delle macchie atmosferiche inspiegate (IMA), in cui non c'è alcuna indicazione o ammiccamento circa una natura pre-supposta del fenomeno, abbiamo cercato di allargare il campo di interpretazione del fenomeno stesso.

In qualche misura si è tentato, con una definizione più aperta e allargando la problematica a nuovi interlocitori, di “gettare di nuovo le carte”, di fare una “nouvelle donné”, per usare un’espressione dello psicoanalista J. Lacan. Ci rendiamo conto che si tratta di un approccio che può apparire anche “inattuale” e che priva di alcune rassicuranti convenzioni. Ma se queste costituiscono una protezione, dall’altra rischiano di oscurare l’essenza del fenomeno.

L'intento dello scritto è comunque, come sopra accennato, di mettere l'"ufologia" (o imalogia) all'ascolto di voci che pervengono da altrove, da fuori rispetto all'approccio più consueto, facilitando un discorso che sia di "critica alla ragione ufulogica", anche se ciò comporta l'inoltrarsi in un sentiero non privo di difficoltà.

Soprattutto ci proponiamo di richiamare una maggiore attenzione di scienziati ricordando che una loro regola è quella di “allez en avant et la foi vous viendrà”⁷⁰.


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APPENDICE

A 30 ANNI DI DISTANZA DA UN PRIMO INTERVENTO SUGLI UFO

Un breve richiamo storico

In una interrogazione parlamentare presentata dallo scrivente il 20 novembre 1978, in seguito ad un dibattito che era stato tenuto in Inghilterra alla Camera Alta sul tema Ufo ed anche in seguito a notizie contenute nei rapporti presentati in quell'epoca dall'Aeronautica Militare degli USA e dal Ministro della Difesa USA circa testimonianze e avvistamenti compiuti ad occhio nudo e con i radar da personale militare di varie basi missilistiche USA, chiedevo al Ministro della Difesa pro-tempore (on. A. Ruffini) di riferire circa il fatto se presso il Ministero della Difesa esistessero informazioni sugli UFO e si intendesse, in caso positivo, di renderle note. L'intervento mi fu suggerito da una giornalista parlamentare dell'Agenzia Asca, Cristina Rossi, una giornalista estremamente attenta a cogliere anche fatti che passavano altrimenti spesso inosservati e che desidero ringraziare per il suo suggerimento.

Tornai sull'argomento con un'altra interrogazione del 29 gennaio 1979 rivolta al Presidente del Consiglio On. Andreotti in relazione ad avvistamenti effettuati da una motovedetta della Marina Militare, per un fenomeno che aveva destato preoccupazione nelle popolazioni costiere dell'Abruzzo e delle Marche.

Chiedevo in quell'interrogazione quali provvedimenti si intendesse prendere per approfondire la materia e tranquillizzare le popolazioni interessate.

All'interrogazione rispose il Ministro della Difesa pro-tempore On. Ruffini, informando che era stato disposto un intervento in zona di dragamine e motovedette e che erano state effettuate venti missioni per complessive 230 ore di navigazione. Secondo il ministro, comunque, “Nulla di inconsueto era stato rilevato”.

La vicenda relativa a queste interrogazioni parlamentari è stata ripresa in vari scritti ufologici e tra l'altro in maniera molto dettagliata nel libro di A. Sacripanti ("Ufo il fenomeno degli oggetti volanti", Phasar Ed., 2007, pag. 351), e in particolare nell'articolo "La ricerca Ufo in Italia – Il Parlamento" di Luigi Barone, che si esprime nei seguenti termini: "Così il 15 gennaio 1979 il Gabinetto del Ministro convocò il Segretario del CUN Roberto Pinotti al quale comunicò che il Governo italiano aveva avviato una procedura amministrativa avente il fine di studiare l'opportunità di dar vita anche nel nostro paese, ad una commissione di studio ufficiale sugli UFO. Rimaneva comunque il problema di trovare l'ente al quale affidare l'incarico in quanto l'Autorità Militare non si riteneva all'altezza del compito...C'era quindi l'intenzione di incaricare il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) dipendente dalla presidenza del Consiglio dei Ministri di svolgere tali ricerche, ma tale ente riuscì a rimanere fuori dal proposito dato che non era informato sui caratteri scientifici dell'argomento (soprattutto per ciò che riguardava il lavoro svolto all'estero). Nello stesso mese ed esattamente il 29 gennaio 1979, sempre il deputato Falco Accame, in merito agli avvistamenti del 1978, chiedeva al Presidente del Consiglio, di essere informato sulle intenzioni del Governo. Il ministro della Difesa, Ruffini, rispondeva dichiarando che non si erano registrati eventi anomali...! Sempre nel 1979 su direttiva dello Stato Maggiore della Difesa (SMD), l'Aeronautica Militare Italiana (2° reparto dello Stato Maggiore


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dell'Aeronautica – SMA – oggi rinominato Reparto Generale Sicurezza che rimane comunque il Servizio Segreto dell'Aeronautica), veniva incaricata di raccogliere e coordinare i dati inerenti le segnalazioni sugli UFO attivando e coordinando il SIOS (Servizio Informazioni Operativo e Situazione) che è una struttura interarma. L'AMI doveva poi avvalersi di una Assistenza al Volo (ITAV) che doveva occuparsi di analizzare in modo tecnico-scientifico i casi di massima attendibilità relativi alle segnalazioni fornite da organi della difesa aerea, del traffico aereo e del servizio meteorologico".

In tempi successivi ulteriori disposizioni venivano emanate dal Ministero della Difesa che venivano ad interessare oltre allo Stato Maggiore dell'Aeronautica, anche quello della Marina, dell'Esercito e dei Carabinieri. Gli ulteriori sviluppi sono descritti nel citato libro di A. Sacripanti.

E' da tener presente che i compiti affidati in questo campo alle Forze Armate sono di rilevante importanza per l'acquisizione e la verifica di informazioni sugli avvistamenti. Però le Forze Armate sono istituzioni che hanno ovvi limiti nella possibilità di elaborazione di dati al di là delle loro specifiche competenze di settore.

Il Parlamento peraltro può richiedere approfondimenti sul fenomeno degli avvistamenti da parte degli Enti istituzionalmente responsabili della ricerca. La ricerca può avere interesse alla conoscenza del fenomeno non solo per ciò che riguarda eventuali minacce alla sicurezza del paese, ma anche per i riflessi che può generare in altri campi del sapere magari, ad oggi, neppure conosciuti.

F.A.

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